Archive for the 'Pezzi di altri' Category

Cuore

Posted by admin on Apr 04 2010 | Pezzi di altri, Riflessioni

Qualche giorno fa stavo pubblicando il  pezzo che segue tratto dal libretto di Erri de Luca :”Penultime notizie circa Ieshu/Gesù” già citato qualche post fa.

Una riflessione sull’amore. Mi sono fermato, in periodo pre-elettorale, timoroso di arrecare vantaggio al partito dell’amore.Non credevo potessero vincere senza il mio vantaggio!A parte queste bischerate riporto il pezzo.Interessante, secondo me.

Interessante per chi come me non ha dimestichezza con le Sacre Scritture.
Interessante per chi ha interesse a sommare e non a sottrarre
Interessante per chi  cerca di allargare le braccia quando tutti ti raccomandano di chiuderle.
Interessante per chi pensa che la pace non possa essere barattata con nessun fine nobile.
Interessante perchè supera la banale contrapposione tra cuore e conoscenza.
Semplicemente interessante!

La caloria pulita

Cosa aveva di speciale la divinità della scrittura sacra che irrompeva in margine al Mediterraneo, nel tempo e nel luogo più politeista della storia dell’umanità? Sulle coste fumanti di altari dedicati alle più innumerevoli schiere divine, spuntava la notizia di una divinità unica e sola che escludeva tutte le altre. Cosa aveva di più il monoteismo per cancellarle dalla superficie del suolo e dalle profondità dei riti?

..

«E amerai Iod tuo Elohìm- la formula ebraica è un imperativo al futuro. È meno perentoria di un imperativo presente. «E amerai» è un programma di perfezione, da realizzare con l’esperimento, con allenamento. Così forzerai i limiti delle capacità, allargherai dentro di te la produzione della caloria pulita dell’amore, che arde senza consumarsi.

Amerai Iod tuo Elohìm: ma come? Qui la divinità non lascia alla discrezione personale, ma impone una formula:
«In tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze».
Nelle traduzioni si legge più spesso: «con tutto il…», «con» e non «in».
L’ebraico dice «in», dentro il cuore, dal suo interno e non con lo strumento del cuore.

È una differenza che misura la distanza di oggi da quella notizia sacra.
Per noi oggi il cuore è un organo di servizio, un meccanismo che la chirurgia manipola, restaura con bypass e pacemaker, perfino sostituisce.
Per noi moderni il cuore è un organo sprovvisto d’intenzione, tutt’al più è l’eterno fanciullo che s’innamora a ogni età. Perciò traduciamo «con» il cuore, per mezzo di quest’organo meccanico.
Per gli ebrei di quelle scritture, il cuore è il centro di comando, la capitale della persona umana.
Dentro di essa, «in», si sprigiona la forza centrifuga dell’amore per la divinità.
Allora amerai in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze.
Tre volte qui è richiesta la totalità delle energie fisiche, il loro saccheggio e svuotamento.

E intanto, a prima vista, cosa manca all’elenco?
Manca, perché inservibile, la richiesta di ricorrere all’intelligenza della mente, alla sua ricerca e alla sua indagine.
Qui, in queste faccende dell’amore per la divinità, non sta nemmeno in coda all’elenco una scienza, uno studio, una teologia.
Qui l’amore rastrella tutt’altre forze, quelle piantate in ogni creatura come linfa in un albero.
Qui si chiede alla linfa di salire.
Per l’ebraico antico il cuore è come un re nella battaglia, sta al centro delle decisioni e delle prontezze.

La nostra civiltà mette al governo la testa, relegando il cuore a pentola di emozioni. Per noi la testa è adulta, il cuore è infanzia.
Dobbiamo risalire al primo tempo, all’urto del monoteismo in mezzo al mondo, per ridare peso al cuore e così intendere la richiesta di Salomone.
Quando riceve in sogno l’offerta di un dono da parte della divinità, risponde senza esitare: «un cuore che ascolta» ORe 3,9).
Salomone il saggio per eccellenza, il leggendario sapiente versato in tutte le conoscenze, il principe degli intellettuali di ogni tempo, chiede e ottiene un cuore che ascolta. Perché è quello l’organo dell’intelligenza.
L’antico ebraico sapeva che la conoscenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto.
Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata «in tutto il tuo cuore».

Come misurare questo tutto?
Non si dà scale di valori, non va a litri, a chili.
Misura è il riempimento dei bordi, sentire che tracimano.
L’esperienza di avere superato la capienza del. proprio cuore è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza richiesta.
È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuotamento, solo a quel punto aumenta.

Chi dà tutto in amore non si ritrova sul lastrico, ma più fornito di prima. È misteriosa ma certa la sua legge: esige il consumo totale per aumentare. «o siate men soave o ingrandite il mio cuore», chiede santa Caterina per poter reggere la piena del suo amore per la divinità. E la divinità non ci pensa nemmeno a essere da meno, perciò tocca al cuore di allargarsi.
Rimesso il pezzo al centro, non suona più estremista la richiesta di amare «in tutto il tuo cuore».

….

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Le fatiche dei “beati”

Posted by admin on Mar 08 2010 | Pezzi di altri, Riflessioni

Sottpongo all’attenzione dei miei tre lettori un pezzo tratto dal libretto di Erri De Luca: “Penultime notizie circca Ieshu/Gesù”. Interessante riflessione su Paradiso della Terra. Una riflessione per tutti coloro che aspirano ad uno stato di “beatitudine” senza trovarlo. Per tutti coloro che considerano

Sfrattandolo dal cielo.
La cantica di minore gradimento per i lettori è il Paradiso.
I Santi annoiano.
“Mi sentirei di girare in fil sull’inferno dantesco, forse sul Purgatorio, certamente non sul Paradiso”: il regista Alessandro Blasetti conferma così che la perfezione non si presta alla narrativa ed all’immaginazione.
Se si fa uno studio sull’impatto ambientale del Paradiso si finisce per istallarlo in cielo. In terra ingombra, in mare escluderebbe quelli che preferiscono la montagna.
La ricompensa eterna consola, ma sazia presto. Troppo miele provoca rigurgito. Il Paradiso, maiuscolo e prevedibile, è un ergastolo di beatitudini.

E’ tempo di costringerlo a migrare., di riportarlo indietro alla sua origine. In antico ebraico è pardès, un terreno di alberi da frutto, ben racchiuso tra muri. Non è in cielo, luogo che non ha recinti per nuvole, non è in mare che non ha confini per le onde. Il pardès è in terra.
In ebraico dispone di plurale, ce ne sono diversi. Kohèlet scrive: “Ho fatto per me giardini e pardèsim”(2,5) . Li ha fatti lui per sé, si possono produrre anche da solitari.

L’amante del canto dei canti dice della sua amata che è pardès di melagrane (4,13). E’ piantato ad alberi, mai è un deserto. Non è contemplazione, , è opera di lavoro, irrigazione, potature, innesti. Non è beatitudine, è sudore.
Non è pace, ma lotta contro le avversità.

Devo un esempio: Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale. Un gruzzolo di giovani ebrei resiste con qualche arma racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con toppografia., la “Rom”, rinomata per la stampa dei grandiosi volumi del Tàlmud. I giovani vanno di notte a rubare  le barre di piombo delle stamperie per fonderle e produrre munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lì in quel momento il giovane poeta Abraham Sutzkever:
L’ebraico valore serbato in parole deve irrompere ora nel mondo con uno scoppio.
Nel ghetto di Vilna i superstiti di una cancellazione generale fabbricavano intorno a loro uno dei pardesìm possibili, prima di essere inceneriti nel campo di annientamento di Sobibor. Il pàrdes è tempo salvato dall’inferno. Furono vinti, è certo, il pàrdes non accampa vittorie. E’ cerchio di fuoco intorno, è profezia di Amos: “Come salverà il pastore da bocca del leone due zampe o un pezzo di orecchio, così saranno salvati figli d’Israele”(3,12). Pardès è rimasuglio.

Pure il passaggio di migranti verso le nostre coste è pardès. E’ il loro viaggio escluso l’arrivo. Quello, qualunque l’esito, sia naufragio che scampo, è uscita dal recinto.
Concludo che il pardès si trova al suolo, ha durata assegnata poi si dissolve, si riforma altrove. E’ stato di eccezione, Il tempo al suo interno è sigillato nell’ambra, formula elementare dell’eternità. L’umanità si regge sul pardès.

E non è d’oro
perchè l’oro è niente
e senza sole nun sarria lucente.
(Salvatore Di Giacomo)

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L’epoca delle passioni tristi

Posted by admin on May 17 2009 | Pezzi di altri, Politica, Riflessioni, Società

Ho letto di questo bellissimo libro scritto da Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino che vive da molti anni a Parigi, e Gérard Schmit professore di psichiatria infantile e dell’adolescenza all’università di Reims.

Risparmio ai miei tre lettori la recensione del libro. Ne trovate molte in rete. Consiglio quella di Umberto Garimberti su Repubblica del 01/06/2004.  Caldeggio vivamente la lettura del libro a tutti coloro che hanno a cuore il problema del SENSO e considerano centrale la riflessione sul FUTURO.

I nostri autori affondano la riflessione su quella che chiamano “inversione di segno” del futuro, dal futuro come premessa al futuro come minaccia. Quando il futuro chiude la sue porte anche le nostre menti si affliggono . La morte di Dio e delle grandi narrazioni storiche e la fine della rivoluzione come redenzione non assicurano più un futuro luminoso.

La riflessione politica, filosofica e clinica dei nostri due autori potrebbe scatenare un nuovo dibattito; e rispondere al quesito del mio amico Dimitri che qualche giorno fa poneva il seguente  interrogativo: la politica è ancora il luogo di lotta per la conquista della felicità ? Il libro da un contributo a questa riflessione

I nostri autori spingono a fondo l’acceleratore su ciò che loro chiamano la “clinica del legame”.  Faccio una breve parentesi e vi rimando anche anche ad una pensiero fatto qualche tempo fa sull’importanza di esercitarsi a tenere in equilibrio “relazioni deboli”.

Il legame con gli altri, come  “la dipendenza non è né una condanna né un limite: è invece la base di ciò che Spinoza contrappone alle passioni tristi, la base della gioia, della passioni gioiose. Sono queste passioni che dischiudono nuove dimensioni della vita al di là della nostra piccola vita individuale”

I nostri autori arrivano a  questa conclusione attraverso un percorso che denuncia il danno creato dall’approccio scientista della clinica della classificazione. La classificazione identifica i soggetti, le persone,  attraverso i sintomi. Sintomi che tentano di riassumere semplicisticamente il comportamento del soggetto in società. Le persone sono identificate in società come il sintomo principale che le “affligge”.

Ogni paziente o  parente stretto di paziente (genitore con i figli) richiede che siano rimossi i sintomi per diventare di nuovo normale.  Ma diventare “normali” con questa visione genera nuova “tristezza”.

“Il “trionfo” presuppone che si recida ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e e complessità. E fallire significa naufragare nell’acredine dei sentimenti di invidia e del desiderio dei rivincita, che sono due facce della stessa medaglia”

Bellissimo il caso di Julien un bambino di sei anni che “non è come dovrebbe essere”.

“..attualmente Julien suona in diversi gruppi musicali, nessuno dei sintomi che l’avevano portato a rivolgersi ai servizi psichiatrici è scomparso: ma in compenso, nulla  evoca più nella sua vita  o in quella della sua famiglia e delle persone che lo circondano la minima tristezza, la minima disperazione. Non c’è più traccia dell’angoscia dell’epoca in cui la pretesa era quella di trovare qualcuno che aiutasse Julien a disfarsi dei suoi sintomi affinché potesse emergere un altro Julien sano e normale.

Oggi Julien non è né più forte né più debole. E’ una persona che , grazie alla creazione di legami con gli altri attraverso la sua rete abita lo spazio della fragilità, quello della situazione, nel quale tutti dipendiamo dagli altri.”

Forse la costruzione dei legami affettivi e di solidarietà non esaurisce il problema e non risponde alla domanda del mio amico Dimitri. In ogni caso aiuta le persone ad uscire dalle mura nelle quali ci troviamo ad idolatrare il potente e vittorioso individuo.

Vittorioso ma triste!

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Energia nucleare? no grazie

Posted by admin on Mar 01 2009 | Pezzi di altri, Politica, Società, Uncategorized, foto

Vi ricordate questa immagine? Può sembrare un pò datata. Le immagini dl passato non dovrebbero essere riesumate. Hanno l’impronta del conservatorismo, delle battaglie di retroguardia.  A parte queste suggestioni, l’immagine con il sole che ride era simpatica.

Nicolò mi ha messo nella sua mailng-list. Ha distribuito questo articolo. Contribuisco nel mio piccolo alla sua diffusione.

Moooolto interessante il VIDEO

Ieri il Ministro dell’elettricita’ iracheno Karim Wahid ha chiesto collaborazione alla Francia per la costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio.
Oggi tocchera’ a Berlusconi ed a Scajola, che firmeranno sempre con la Francia un accordo di cooperazione sull’energia nucleare.
Mentre gli Stati Uniti d’America si accingono ad abbandonare il nucleare e ad investire tutte le risorse disponibili sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, dando inizio ad un cambio di strategia che a breve sara’ seguito dalla stragrande maggioanza dei paesi piu’ industrializzati del mondo, Cina inclusa, Berlusconi costringe l’Italia e gli italiani a compiere una scelta diametralmente opposta, esattamente come l’Irak.
Diranno che servira’ a restituire competitivita’ alle imprese italiane, che negli anni hanno effettivamente pagato l’energia ad un prezzo superiore a quello pagato dalle imprese che producono in Paesi che hanno esercitato l’opzione nucleare.
Da notare è che il costo dell’energia nucleare sarà il doppio di quella prodotta da altre fonti.
Ma non diranno a nessuno che tra circa 10 anni, una volta completato il gigantesco affare legato alla costruzione delle centrali nucleari e prima ancora della loro entrata in funzione, ogni potenziale beneficio risultera’ completamente azzerato.
Avremo semplicemente sostituito la nostra dipendenza dal petrolio con la dipendenza dall’uranio, il cui prezzo si e’ decuplicato negli ultimi anni, a causa di una ormai cronica insufficenza delle estrazioni, che recentemente ha costretto gli stessi francesi a rifornirsi da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate.
Avremo sottratto miliardi di euro agli investimenti sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico, che sulla base di valutazioni operate da esperti di tutto il mondo, generano per ogni miliardo di investimento pubblico due miliardi di investimento privato e determinano, rispetto allo stesso importo investito per la realizzazione di una centrale nucleare, la produzione del doppio di energia elettrica.
Avremo accumulato altri 10 anni di ritardo sulle nuove tecnologie rispetto a paesi come la Germania, il Giappone, gli Stati Uniti d’America e la stessa Cina, che hanno invece investito o che hanno deciso di investire seriamente sulle energie rinnovabili.
Avremo perduto l’unico beneficio che questi anni di sacrifici del nostro sistema produttivo ha lasciato in eredita’ alle nuove generazioni: quello di non doversi fare carico dei costi giganteschi necessari per lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento dei siti dei quali sono costretti a farsi carico i contribuenti francesi.
Avremo costretto le popolazioni dei territori che ospiteranno i siti a vivere nelle stesse condizioni dei cittadini francesi che negli ultimi anni hanno convissuto con una serie innumerevole di incidenti.
Il nucleare e’ il passato; le energie rinnovabili ed il risparmio energetico sono il futuro.
E piuttosto che del futuro delle sole poche imprese amiche che parteciperanno all’immenso banchetto del nucleare in Italia, Berlusconi dovrebbe occuparsi, come Barak Obama, del futuro di tutto il paese.

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