+ o – ?

All’ingresso del supermercato Coop di quartiere una bimba di 4/5 anni avvia un bizza. La madre alza la voce, il padre alza la mano.
Davanti all’ingresso staziona un giovane senagalese con la sua merce, conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere
Il padre sfila l’uovo pasquale di cioccolato dalla mani della bimba e volgendo lo sguardo verso il giovane senagalese: “guarda che l’uovo te lo ruba Fatim”.
Fatim sorride e sta al gioco.
Si sa le bizze dei figli talvolta alzano la temperatura basale, ma il calore non deve alimentare sottrazione.

Due episodi di sottrazione.
L’uovo pasquale sfilato di mano. L’affetto primario del genitore viene meno. Amore in cambio di qualcosa.
L’uovo pasquale rubato. Furto di razza.

Azioni semplici, apparentemente innocue creano piccoli uomini con la percezione della perdita o peggio del furto. Il furto di chi non ha verso chi ha.  In questa particolare dimensione dell’avere delle cose.

Nella cultura dei nostri figli ogni giorno si sedimenta la cultura della sottrazione.
Cultura della sottrazione alimentata da azioni di esclusione e non di inclusione.

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Posted in Riflessioni, Storie | 3 Comments

Ciao Aldo!

Aldo il babbo del mio migliore amico.
Avevo 15 anni quando ho conosciuto il mio migliore amico ed il suo babbo.
Fine anni 70. Scontri di piazza e scontri dialettici.
Aldo irrompe nelle nostre discussioni quasi senza tener conto dei nostri anni: i miei 15  e i 17 del mio migliore amico.
Con la visione di chi offre anche ad un ragazzo di 15 anni opportunità dialettiche di uomo maturo.
Così non era  ma a noi sembrava, mentre discutevamo con Aldo.
Desiderio di farti parlare, di scoprire il tuo punto di vista.
Visione di un’umanità senza grandi e piccoli, senza nessun bonario sconto per la mia immaturità dialettica.
Aldo il babbo del mio miglior amico
Aldo, un amico.
Lasci un vuoto nei nostri cuori!

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Posted in "Strettamente personale" | 1 Comment

Colpa e responsabilità

A volte il tempo annebbia i ricordi. Risolve ciò che rimane irrisolto. Così sembra!
Quando un ricordo esce dalla coscienza sembra sparire dalla nostra vita.
Può accadere che scelte fatte con passione o generosa dedizione, condite talvolta da scarsa consapevolezza,  giacciono nascoste nei nostri ricordi, annebbiate dal tempo.

A chi non è capitato di fare i conti con il passato che si ripresenta, magari sotto  nuove forme?
A volte questi ricordi riemergono, perché accadono eventi causati da scelte del nostro passato.
Può accadere pure di sentirsi vittime degli eventi, scatenare il nostro risentimento fuori di noi, attribuendo COLPE agli altri o al destino.

COLPA. Ho bandito il termine colpa dal mio vocabolario.
Si parla di COLPA quando ci si riferisce ad un atto o comportamento che contravviene a una norma. Si addice al diritto, meno all’etica per niente alla psicologia.
Se trasgrediamo una legge lo stato deve pensare alla nostra punizione. Se compiamo un atto “irresponsabile” ci confrontiamo invece con i nostri valori e con quelli della comunità con cui ci troviamo ad operare.
La colpa evoca la pena: chi trasgredisce la norma viene punito.

Per la felicità degli uomini a colpa preferisco RESPONSABILITÀ,  l’atto del rendere ragione delle azioni proprie a se stessi e alle persone “prossime”, il prossimo nostro.

La RESPONSABILITÀ che sembra appesantire, invece libera, rende gli uomini attori della propria vita. Ogni mattina faccio esercizio quotidiano per allenarmi alla RESPONSABILITÀ. Anche di fronte alle ingiustizie del passato.

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Posted in "Strettamente personale", Riflessioni | 6 Comments

Le fatiche dei “beati”

Sottpongo all’attenzione dei miei tre lettori un pezzo tratto dal libretto di Erri De Luca: “Penultime notizie circa Ieshu/Gesù”. Interessante riflessione su Paradiso della Terra. Una riflessione per tutti coloro che aspirano ad uno stato di “beatitudine” senza trovarlo. Per tutti coloro che considerano la felicità un  cammino.

Sfrattandolo dal cielo.
La cantica di minore gradimento per i lettori è il Paradiso.
I Santi annoiano.
“Mi sentirei di girare in fil sull’inferno dantesco, forse sul Purgatorio, certamente non sul Paradiso”: il regista Alessandro Blasetti conferma così che la perfezione non si presta alla narrativa ed all’immaginazione.
Se si fa uno studio sull’impatto ambientale del Paradiso si finisce per istallarlo in cielo. In terra ingombra, in mare escluderebbe quelli che preferiscono la montagna.
La ricompensa eterna consola, ma sazia presto. Troppo miele provoca rigurgito. Il Paradiso, maiuscolo e prevedibile, è un ergastolo di beatitudini.

E’ tempo di costringerlo a migrare., di riportarlo indietro alla sua origine. In antico ebraico è pardès, un terreno di alberi da frutto, ben racchiuso tra muri. Non è in cielo, luogo che non ha recinti per nuvole, non è in mare che non ha confini per le onde. Il pardès è in terra.
In ebraico dispone di plurale, ce ne sono diversi. Kohèlet scrive: “Ho fatto per me giardini e pardèsim”(2,5) . Li ha fatti lui per sé, si possono produrre anche da solitari.

L’amante del canto dei canti dice della sua amata che è pardès di melagrane (4,13). E’ piantato ad alberi, mai è un deserto. Non è contemplazione, , è opera di lavoro, irrigazione, potature, innesti. Non è beatitudine, è sudore.
Non è pace, ma lotta contro le avversità.

Devo un esempio: Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale. Un gruzzolo di giovani ebrei resiste con qualche arma racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con toppografia., la “Rom”, rinomata per la stampa dei grandiosi volumi del Tàlmud. I giovani vanno di notte a rubare  le barre di piombo delle stamperie per fonderle e produrre munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lì in quel momento il giovane poeta Abraham Sutzkever:
L’ebraico valore serbato in parole deve irrompere ora nel mondo con uno scoppio.
Nel ghetto di Vilna i superstiti di una cancellazione generale fabbricavano intorno a loro uno dei pardesìm possibili, prima di essere inceneriti nel campo di annientamento di Sobibor. Il pàrdes è tempo salvato dall’inferno. Furono vinti, è certo, il pàrdes non accampa vittorie. E’ cerchio di fuoco intorno, è profezia di Amos: “Come salverà il pastore da bocca del leone due zampe o un pezzo di orecchio, così saranno salvati figli d’Israele”(3,12). Pardès è rimasuglio.

Pure il passaggio di migranti verso le nostre coste è pardès. E’ il loro viaggio escluso l’arrivo. Quello, qualunque l’esito, sia naufragio che scampo, è uscita dal recinto.
Concludo che il pardès si trova al suolo, ha durata assegnata poi si dissolve, si riforma altrove. E’ stato di eccezione, Il tempo al suo interno è sigillato nell’ambra, formula elementare dell’eternità. L’umanità si regge sul pardès.

E non è d’oro
perchè l’oro è niente
e senza sole nun sarria lucente.
(Salvatore Di Giacomo)

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Posted in Pezzi di altri, Riflessioni | 1 Comment

Amore per il ritmo e ritmo dell’amore

Non è ancora scattata l’unità di tempo anno; il terzo livello di misurazione del tempo.
Giorni, mesi, poi arrivano gli anni. Se arrivi al terzo livello rischi di perdere il ritmo.
Qualche idea, che avrebbe la dignita di traformarsi in parole, ogni tanto scorre nella mia testa.
Tuttavia non riesce a sedimentare in modo sufficiente per passare sulle pagine di questo blog.
E si sa un blog ha un suo ritmo. Se lo perdi rischi di perderne il senso, ed anche l’essenza.
Battere il tempo; giorni,mesi o anni, tutto va bene. Ogni cosa, azione emozione, passione ha il suo ritmo.

Ci sono cose, azioni, che richiedono ritmo quotidiano, altre mensile altre ancora annuale.

Basta non fare confusione tra ciò che ha bisogno di cura quotidiana e ciò che invece ha necessità di attenzione meno frequente.

A me capita, qualche volta, di fare confusione; per distrazione, qualche volta per accidia.
La distrazione si combatte con il supporto della tecnologia, è sufficiente un allarme sul proprio telefono.
L’accidia, l’indolenza con il lavoro quotidiano.
Stamani, nello spazio di questo tragitto in treno tra firenze e pistoia, tento di rianimare il ritmo  di questo blog.
Forse un atto simbolico, per non dimenticare tutte le cose, tutti gli affetti, gli amori che nella vita hanno bisogno di ritmo.
Per rispettare il ritmo di ognuna di queste cosa.
Per assecondare il ritmo d tutte le cose imporanti della nostra vita.

Perchè perdere il ritmo significa perdere la visione dei nostri valori.

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Posted in "Strettamente personale", Riflessioni | 5 Comments

Produzione agricola e gossip

In questi giorni, sulle pagine dei giornali, divampa la polemica sui vizi privati e sulle aspettative personali dei vari personaggi della vita pubblica del nostro paese.
Stamani mentre ascoltavo la rassegna stampa il solito Feltri ottimo venditore di giornali  scagliava l’ennesimo strale contro il personaggio di turno. Fini accusato di avere mira per la carica di capo dello stato. Come al solito non si parla di politica.

Mi sono venute in mente due figure.
Le comari di paese e lo scaffale del supermarcato.

Era uso, nei paesi, dove tutti si conoscevano, parlare e sparlare su vizi privati e desideri personali di questo o quello. Alimentava la vita dei piccoli borghi, riempiva le serate intorno al fuoco. Oggi le nostre case non posseggono più il “canto del fuoco” e il chiacchierare fitto delle comari si è trasformato in gossip.

Ed il gossip, si sa, interessa. Trattasi di prodotto adatto per lo scaffale del nostro supermercato dell’informazione. Quando lo scaffale piange ecco  un bel direttore giornalista che rifornisce lo scaffale.

Le cose di cui nutrirsi qualche anno fa erano frutto del lavoro di produzione. Oggi sono decise dal proprietario del supermercato.

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Posted in Politica | 2 Comments

Piani

Quando andavo a scuola il tempo libero lo passavamo in strada. Nelle periferie delle città degli anni 60 gli spazi della strada ricordavano ancora la dimensione delle comunità di rione.
Di lì a poco sarebbero diventati quartieri dormitorio.
Andavo a scuola a qualche km. Il sistema dei relazioni creato intorno alla scuola era diverso da quello della mia strada.
Non lontano ma diverso, come su due piani che scorrevano paralleli e distinti.
Le cose sono continuate ad andare così!
La scuola, l’Università il lavoro, il tempo libero.
Questi “luoghi” a volte conducono, inducono, manifestazione di noi.
Questi “luoghi”, qualche altra volta semplicemente accolgono i nostri piani.
In luoghi diversi siamo portati a manifestazioni diversi di noi stessi e della nostra identità.
In luoghi diversi si mostrano i nostri innumerevoli volti.
Tante facce quanti sono i piani della nostra esistenza.
Quando siamo genitori non abbiamo la stessa faccia di quando siamo figli  piuttosto che  lavoratori, amici, amanti…
Questi piani non sempre riescono a confondersi o entrare in osmosi. Il timore della collisione tra le nostre identità ci attanaglia.
Il timore di “collisione” tra gli abitanti dei luoghi dei vari piani ci induce a non fare mai incontrare persone che abitano su piani diversi.

Capitava, qualche anno addietro,  che i luoghi di incontro fossero naturalmente disposti ad accogliere piani diversi. Come non ricordare la piazze dei borghi, dove persone, distanti magari per cultura e per censo si incontravano, semplicemente perché condividevano degli spazi.

L’osmosi dei nostri piani interni ed esterni fa bene all’equilibrio della nostra mente, al nostro sviluppo culturale oltre a generare nuova linfa vitale.
Per questo occorrono luoghi, spazi, affinché queste pratiche si possano compiere.
Ho provato a fare spazio nella mia mente affinché questo percorso potesse compiersi dentro di me.
Ho avuto la fortuna di avere uno spazio fisico che rassomiglia un po’ a quello dei “tempi addietro”:  il mio rione.

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Melodie nascoste


Mentre scorrono pensieri e azioni siamo talvolta accompagnati dalla presenza di una melodia.
Vi sono melodie che si incontrano con noi,  altre che ci passano accanto, senza nemmeno salutare.
La melodia segue il percorso dell’uomo, incontro di musica e canto.
E’ grazie a questo incontro che comprendiamo le melodie. Comprendiamo con fatica la musica senza melodia.
Il jazz, musica senza melodia apparente.
Gioco di suoni in libertà senza ordine melodico. Apparentemente.

Tuttavia anche il Jazz può essere cantato ed incontrarsi con l’uomo.
Non è facile cantare il Jazz. Richiede lo sforzo della ricerca.
Il jazz sembra quasi riservato, nasconde le melodia, la nasconde nelle pieghe delle note.
Ad un tratto sembra volertela mostrare con chiarezza. Eccolo il ritmo regolare della melodia, riconoscibile,  sì eccolo. Passa un attimo e si allontana, per poi ritornare e fuggire di nuovo.

Ma, se ti sforzi, se ti eserciti, in ogni gruppo di note, apparentemente casuali, puoi riconoscere quell’incontro tra musica e canto,.
Lo riconosci se segui il suo fluire.
Lo riconosci se eserciti il tuo orecchio.
Lo riconosci se ascolti tante volte.
Ad ogni ascolto una nota nascosta emerge.
Ogni ascolto un esercizio.
Un esercizio alla ricerca delle melodie nascoste,  dei nostri incontri tra melodia e canto.
Ho ascoltato il concerto di Colonia di Keith Jarret molte volte.
L’ho riascoltato  in questi giorni.
Ho scoperto melodie che non conoscevo.

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L’ologrammista distratto

Erano da poco passate le dieci del mattino, e Mark Duxit si stava avviando lungo il fiume per raggiungere la Grande Sala.
“Fa caldo”, disse tra sé e sé, mentre cercava di organizzare i pensieri prima di incontrare l’Ologrammista Sociale che aveva conosciuto in rete.
Diede un’occhiata al fiume; come sempre provava ribrezzo nel vedere quelle acque come un serpente di color senape, nelle quali cadere sarebbe stato oltre che sconsigliabile, pericoloso.
Camminava piano, c’era ancora del tempo. Sapeva che avrebbe avuto pochi minuti per convincere il personaggio pubblico a partecipare a un semplice incontro che la sua Piccola Contea stava organizzando.

Le Piccole Contee erano comunità vivaci, autosufficienti, sorte velocemente sul pianeta, quando molti dei filolavoratori avevano lasciato le città perché inquinate e dove i cronostipendi valevano una miseria.
La sua contea era quella dei filosofi, gente un po’ strana e tenuta a distanza. Si diceva che passassero intere serate a leggere e discutere testi dimenticati, ancora su carta. Nessuno ne capiva il motivo perché non erano azioni per “fare” o realizzare qualcosa, ma loro sapevano che solo mantenendo le sinapsi cerebrali allenate e pronte avrebbero potuto reagire ad un prossimo attacco mentalico, come quello di tanti anni prima che li fece prima salvare e poi trovare rifugio nella Hobbescontea, vicino alle montagne.

Mark Duxit accelerò un po’ il passo ed entrò nel palazzo dove si teneva l’assemblea. Passò davanti agli scanner e proseguì lungo il corridoio.
Le voci si facevano sempre più vicine, provenivano dalla Grande Sala, dove persone ben vestite e curate si alternavano, secondo il programma che veniva proiettato su finte pareti di polvere bianca, su piccoli cubi trasparenti per raccontare qualcosa che sembrava interessare solo a pochi.
C’erano i governatori della città, c’erano gli experta, gli studenti.
Pensava a quando quei tipi di incontri erano nati, e quanto entusiasmo crearono perché erano finalmente i partecipanti a decidere gli argomenti di discussione.
Col tempo era rimasto solo il nome e gli incontri, bandiera di una democrazia partecipativa, erano ritornati ad essere i luoghi per personaggi già conosciuti, famosi, accreditati.

Mark si strinse nelle spalle, e cominciò a cercare con lo sguardo l’Ologrammista Sociale.
Era in una parte della Grande Sala, dove le persone parlavano in privato all’interno di cerchi fluorescenti rossi.
“Salve, sono Mark Duxit della contea di Hobbes” disse porgendo la mano.
“Ah si Salve, piacere”, sembrava più vecchio di persona di quanto non sembrasse nell’ologramma, ma questo era normale.
“Volevo sapere se allora verrà a trovarci per partecipare alle nostre serate” disse senza tanti preamboli, sapeva che il tempo era poco e poi non voleva indugiare in inutili convenevoli.
“E’ sempre un piacere venire in questa città”
“Sarebbe per la prossima settimana”
Sembrava che parlassero di due cose diverse.
“Ma, pensavo che fosse questa sera”
Ci siamo, pensò Mark.
“Sa settimana prossima sono a Domtown, per impegni, e non posso …” non finì nemmeno la frase, aveva visto avvicinarsi il subgovernatore alla Zivilization che lo prese sotto braccio per portarlo in un altro cerchio e parlargli.

Mark Duxit rimase lì da solo ad aspettare per diversi minuti.
L’Ologrammista era lì a pochi metri. Parlava animatamente, rideva.
Mark ripensò a quegli accorati oleogrammi sulle teorie  della collaborazione e della cittadinanza che tanto lo avevano colpito.
Uscì dal cerchio rosso, scese le scale e andò verso il fiume senape dove aveva lasciato l’idroauto.
Pensò alle serate della contea di Hobbes. Sorrise e mise in moto

Testo e scenaggiatura di Elena Rapisardi, soggetto Alessandro Guidi

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Tempo, senso e felicità

Da qualche tempo mi stimola la riflessione sul Tempo
Il tempo, la dimensione scarsa per eccellenza.

Si usa comprimre il tempo per ridurre percettivamente la dimensione degli spazi.
una voce un’immagine che viaggia alla velocità della luce sembra farci sentire vicini.
E forse lo siamo.

Tuttavia, oggi tutte le riflessioni sul tempo sono orientate all’efficienza dei sistemi.
Aumentare la velocità significa ridurre il TEMPO e aumentare la produttività del SISTEMA.
Il SISTEMA, la macchina, organismo acefalo, può essere agevolmente collocato nel luogo dei mezzi.
Sistemi. macchine, burocrazie, imprese, tutti mezzi il cui orientamento richiede un riflessione sul SENSO.

Tuttavia, quando la nostra accanita discussione focalizza solo TEMPO e MEZZI, si annulla il tema del SENSO.

Quando aumento la velocità rinuncio al SENSO. Troppo lento.
Troppo lento per il TEMPO della politica pensare a progetti di società che superino i 4 anni della prospettiva elettorale
Troppo lento per il tempo della imprese pensare a progetti di che superino la scansione della trimestrale di borsa
Troppo lento per il tempo delle nostre relazioni affettive orientate a colorare di bianco e di nero lo spirito degli uomini che incontriamo nei nostri percorsi.

Colori decisi, gettati, senza attendere,  prima di capire il mistero ineffabile delle sfumature di grigio.

Qalche giorno fa sulle pagine di un Blog mi capitava di scrivere:

“Senso , un termine dai molti significati.

  • L’uso più comune riferisce l’uso degli organi sensoriali, potremo dire più in generali investe le percezioni.
  • Parliamo di senso quando pensiamo al percorso di un viaggio.
  • E ancora, ne facciamo uso per descrivere la motivazione che ci spingono ad un viaggio, ad un cammino.

In altre parole vi è un momento in cui costruiamo sogni, in quel meraviglioso gioco della dialettica tra percezioni e intelletto.
Sogni nel significato esteso di idee, speranze, scenari, aspettative di vita orientate a rendere la nostra vita un percorso felice.
Quando allentiamo la pratica quotidiana dell’esercizio al sogno perdiamo un’opportunità , una chance di vita felice.
Sognare nelle ore diurne: un cammino LENTO, percorso piano piano, con pazienza per costruire ogni giorno una realtà che si avvicina al sogno”.

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