Qualche giorno fa stavo pubblicando il  pezzo che segue tratto dal libretto di Erri de Luca :”Penultime notizie circa Ieshu/Gesù” già citato qualche post fa.

Una riflessione sull’amore. Mi sono fermato, in periodo pre-elettorale, timoroso di arrecare vantaggio al partito dell’amore.Non credevo potessero vincere senza il mio vantaggio!A parte queste bischerate riporto il pezzo.Interessante, secondo me.

Interessante per chi come me non ha dimestichezza con le Sacre Scritture.
Interessante per chi ha interesse a sommare e non a sottrarre
Interessante per chi  cerca di allargare le braccia quando tutti ti raccomandano di chiuderle.
Interessante per chi pensa che la pace non possa essere barattata con nessun fine nobile.
Interessante perchè supera la banale contrapposione tra cuore e conoscenza.
Semplicemente interessante!

La caloria pulita

Cosa aveva di speciale la divinità della scrittura sacra che irrompeva in margine al Mediterraneo, nel tempo e nel luogo più politeista della storia dell’umanità? Sulle coste fumanti di altari dedicati alle più innumerevoli schiere divine, spuntava la notizia di una divinità unica e sola che escludeva tutte le altre. Cosa aveva di più il monoteismo per cancellarle dalla superficie del suolo e dalle profondità dei riti?

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«E amerai Iod tuo Elohìm- la formula ebraica è un imperativo al futuro. È meno perentoria di un imperativo presente. «E amerai» è un programma di perfezione, da realizzare con l’esperimento, con allenamento. Così forzerai i limiti delle capacità, allargherai dentro di te la produzione della caloria pulita dell’amore, che arde senza consumarsi.

Amerai Iod tuo Elohìm: ma come? Qui la divinità non lascia alla discrezione personale, ma impone una formula:
«In tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze».
Nelle traduzioni si legge più spesso: «con tutto il…», «con» e non «in».
L’ebraico dice «in», dentro il cuore, dal suo interno e non con lo strumento del cuore.

È una differenza che misura la distanza di oggi da quella notizia sacra.
Per noi oggi il cuore è un organo di servizio, un meccanismo che la chirurgia manipola, restaura con bypass e pacemaker, perfino sostituisce.
Per noi moderni il cuore è un organo sprovvisto d’intenzione, tutt’al più è l’eterno fanciullo che s’innamora a ogni età. Perciò traduciamo «con» il cuore, per mezzo di quest’organo meccanico.
Per gli ebrei di quelle scritture, il cuore è il centro di comando, la capitale della persona umana.
Dentro di essa, «in», si sprigiona la forza centrifuga dell’amore per la divinità.
Allora amerai in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze.
Tre volte qui è richiesta la totalità delle energie fisiche, il loro saccheggio e svuotamento.

E intanto, a prima vista, cosa manca all’elenco?
Manca, perché inservibile, la richiesta di ricorrere all’intelligenza della mente, alla sua ricerca e alla sua indagine.
Qui, in queste faccende dell’amore per la divinità, non sta nemmeno in coda all’elenco una scienza, uno studio, una teologia.
Qui l’amore rastrella tutt’altre forze, quelle piantate in ogni creatura come linfa in un albero.
Qui si chiede alla linfa di salire.
Per l’ebraico antico il cuore è come un re nella battaglia, sta al centro delle decisioni e delle prontezze.

La nostra civiltà mette al governo la testa, relegando il cuore a pentola di emozioni. Per noi la testa è adulta, il cuore è infanzia.
Dobbiamo risalire al primo tempo, all’urto del monoteismo in mezzo al mondo, per ridare peso al cuore e così intendere la richiesta di Salomone.
Quando riceve in sogno l’offerta di un dono da parte della divinità, risponde senza esitare: «un cuore che ascolta» ORe 3,9).
Salomone il saggio per eccellenza, il leggendario sapiente versato in tutte le conoscenze, il principe degli intellettuali di ogni tempo, chiede e ottiene un cuore che ascolta. Perché è quello l’organo dell’intelligenza.
L’antico ebraico sapeva che la conoscenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto.
Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata «in tutto il tuo cuore».

Come misurare questo tutto?
Non si dà scale di valori, non va a litri, a chili.
Misura è il riempimento dei bordi, sentire che tracimano.
L’esperienza di avere superato la capienza del. proprio cuore è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza richiesta.
È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuotamento, solo a quel punto aumenta.

Chi dà tutto in amore non si ritrova sul lastrico, ma più fornito di prima. È misteriosa ma certa la sua legge: esige il consumo totale per aumentare. «o siate men soave o ingrandite il mio cuore», chiede santa Caterina per poter reggere la piena del suo amore per la divinità. E la divinità non ci pensa nemmeno a essere da meno, perciò tocca al cuore di allargarsi.
Rimesso il pezzo al centro, non suona più estremista la richiesta di amare «in tutto il tuo cuore».

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