Idiosincrasia verso le parole: resilienza

È la seconda parola verso cui sto sviluppando una sensazione di fastidio.

Resilienza, termine in uso in diversi contesti: psicologia,  fisica , ingegneria , economia sociologia… In tutti i casi si riferisce alla capacità di un singolo o di un sistema di affrontare e superare le difficoltà, le avversità o i cambiamenti, mantenendo o rapidamente ritrovando il proprio equilibrio.

Mi direte, bello no? Eppure c’è qualcosa di questa parola che non mi convince. È questo rimbalzare indietro allo stato originale dopo aver subito uno shock o una crisi che non mi suona bene.

Nassim Nicholas Taleb è andato oltre con una parola anch’essa diventata mainstream: antifragilità. Essere antifragili significa non solo resistere agli shock, ma trarre vantaggio da essi, diventando più forti e migliori.  Gli elementi antifragili crescono e migliorano attraverso il caos e l’incertezza.

Ma quando il sistema declina verso condizioni di sofferenza?  Quando le retroazioni di una crescita auspicata creano conflitti, diseguaglianze, ansie e pure un peggioramento delle condizioni materiali, come si può far evolvere il sistema? 

Quando il clima dei nostri team e delle nostre organizzazioni diventa tossico e i nostri processi diventano disfunzionali ?

Sono i momenti in cui è necessario andare contro! 

Per questo continuo ad avere una certa simpatia per una vecchia parola: RESISTENZA.

Nella vita di relazione, nelle comunità, in società, per trarre vantaggio da una situazione di stress è necessario, a volte, un atto volontario di RESISTENZA

Da questi NO, escono, a volte, tanti SÌ.  

A volte, resistere a un nuovo che presenta aspetti taumaturgici crea le basi per un nuovo, che ci fa scoprire nuove fondamenta per un futuro diverso.

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