Innovazione, felicità, profitto.


Quasi ogni giorno mi ritrovo ad ascoltare consigli, pensieri, stimoli sul tema dell’innovazione unanimemente scelta cone unica ricetta contro la crisi.
Spesso assistiamo a confusi discorsi che mescolano sviluppo crescita e tecnologia.
Tentando una definizione potremo indicare l’innovazione come quella particolare capacità di individuare rapide risposte al rapido mutare delle condizioni di ambiente.

Innovazione è un termine generico a-valoriale.
Possiamo considerarla un modus che riguarda i comportamenti.
Un comportamento con una naturale predisposizione a guardare avanti.
Il modus dell’innovazione viene poi “sottomesso” a fini economici, sociali, politici,relazionali.

Potremo rappresentare anche l’innovare come un atto di equilibrio, un’attività continua di “registrazione” . Registrazione nel senso di messa a punto dei nostri “registri”.
Quel rapporto/latenza che fa stare in equilibrio le nostre caratteristiche, capacità, competenze, aspirazioni con il dinamico e complesso ambiente.

Al variare di una condizione di ambiente cambiano gli eventi.
A noi spetta di modificare i nostri comportamenti per mentenere vivo quell’equilibrio.
Se piove prendo l’ombrello.
Ma se il mio tragitto prevedeva l’uso della bicletta devo modificare i miei comportamenti.
Posso prendere l’autobus.
Se sto partendo per un lungo viaggio con 2 grandi valigie, la mattina durante l’ora di punta avrò difficoltà ad entrare in autobus.
Ogni giorno prendiamo migliaia di piccole decisioni cambiamo le nostre scelte in funzione delle variazioni delle condizioni ambientali (natura e/o persone).
Insomma cambio,adatto,ripenso provo a verificare se il mio nuovo pensiero tiene alla prova dei fatti.

Non intendo certo esaltare le lodi dell’uomo flessibile.(raccomando l’interessante lettura del libretto di Richard Sennett dal titolo appunto “l’uomo flessibile”).
Mi viene piuttosto da pensare ad un lento ma continuo esercizio intellettuale orientato a trovare nella vita relazionale -nelle relazioni politiche piuttosto che in quelle econimiche- “l’equilibrio della felicità”
Feicità per i singoli, per i gruppi, per le imprese.
Sembra quasi blasfemo usare questo termine riferito alle imprese.
Ma anche i pensieri che fino ad oggi sembravano  certezza assoluta trovano qualche crepa nella loro struttura.  E sembra quasi assurdo che i primi segni di queste spaccature arrivino da oltre oceano.
Insomma si incrina anche il dogma profitto=felicità

In ogni caso si sa, stare in equilibrio non è cosa facile.
Avete mai provato a stare in equilibrio con un bicicletta?  Non facile!
Non è facile resistere al canto delle sirene della crescita illimitata
Avidità e ambizione per il potere sono sempre lì in agguato.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Caro Alessandro
    il dogma profitto=felicità non è mai stato in piedi. Profitto significa consumo, all’infinito. Più si consuma, più si vuole. È la “crescita illimitata” Ovvero, consumo illimitato. Come si può trovare la felicità in tutto ciò? Non è possibile trovare un attimo di soddisfazione, perché non si è mai soddisfatti. e purtroppo, i nostri figli stanno crescendo in questo modo.
    La felicità richiede equilibrio, come hai scritto. La società degli ultimi 50 anni è quella dello squilibrio. Della continua insoddisfazione. Dell’infelicità.
    Certo, noi ci adattiamo. Homo sapiens è altamente adattabile agli eventi variabili dell’ambiente. Ma questa adattabilità, come tu hai accennato, è una spirale perversa di insoddisfazione. Adattarsi significa possedere di più, consumare di più.
    Il mio dogma è profitto=infelicità.
    È ora di tornare a fare il pane in casa. La società contemporanea mi ha deluso fortemente, e continua a deludermi.
    Un abbraccio

  2. Cara Martina,
    dobbiamo trovare nuove energie, che scarichino voglia …empatia…
    Come accennavo nel post precedente.
    un abbraccio

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