All’ingresso del supermercato Coop di quartiere una bimba di 4/5 anni avvia un bizza. La madre alza la voce, il padre alza la mano.
Davanti all’ingresso staziona un giovane senagalese con la sua merce, conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere
Il padre sfila l’uovo pasquale di cioccolato dalla mani della bimba e volgendo lo sguardo verso il giovane senagalese: “guarda che l’uovo te lo ruba Fatim”.
Fatim sorride e sta al gioco.
Si sa le bizze dei figli talvolta alzano la temperatura basale, ma il calore non deve alimentare sottrazione.

Due episodi di sottrazione.
L’uovo pasquale sfilato di mano. L’affetto primario del genitore viene meno. Amore in cambio di qualcosa.
L’uovo pasquale rubato. Furto di razza.

Azioni semplici, apparentemente innocue creano piccoli uomini con la percezione della perdita o peggio del furto. Il furto di chi non ha verso chi ha.  In questa particolare dimensione dell’avere delle cose.

Nella cultura dei nostri figli ogni giorno si sedimenta la cultura della sottrazione.
Cultura della sottrazione alimentata da azioni di esclusione e non di inclusione.

Questo articolo ha 3 commenti.

  1. Concordo sulle tue considerazioni.
    Sono scene tristi ma frequenti.
    Si crescono i bambini con il senso dello scambio: se mi dai un bacio ti prendo un gelato, se mi fai un sorriso ti regalo un soldino, quando sono piccoli.
    Piu’ grandi: se mi porti a casa un bel voto stasera ti presto l’auto, se sei promosso/a una vacanza e via di questo passo.
    Il ricatto, l’amore a pagamento, il seminare sentimenti di riconoscenza con conseguenti sensi di colpa, il quid pro quo è moneta comune perfino dei sentimenti, perfino nei primi anni della vita.
    Che tristezza.

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